Sportello sostenibilità, notizie del 05/04/2021

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  • Siccità: il Po sta scomparendo, già sceso del 45% - La siccità si fa sentire già in questo inizio di primavera, con i livelli del Po già scesi a una soglia preoccupante.

È quanto rivelano le ultime rilevazioni idrometriche sul fiume più lungo d’Italia, dove le acque hanno già raggiunto il 45% di calo rispetto alla media. Si tratta di dati pari a quelli di agosto. A contribuire a questo fenomeno, un inverno non particolarmente piovoso, così come le ultime giornate di febbraio dove le temperature sono state ben sopra alla media di stagione. Ancora, gli esperti non escludono possa trattarsi di un effetto dovuto ai cambiamenti climatici e al surriscaldamento globale in corso. Così come già anticipato, il Po è calato del 45% in pochissimi mesi, raggiungendo livelli pari ad agosto, quando le temperature sono assai più elevate. L’inverno poco piovoso, il clima anomalo per il periodo e altri fattori hanno determinato una situazione che non ha troppi precedenti noti. Le rilevazioni sono state fatte al Ponte della Becca, dall’Autorità Distrettuale del fiume Po, dove il livello delle acque si trova a -2.90 metri sotto lo zero idrometico. A confermare il quadro preoccupante è Meuccio Berselli dalle pagine di Agi, il Segretario Generale dell’autorità sopracitata: “Ora, sperando in piogge che possano arrivare a colmare il gap esistente, serve mettere in campo tutte le strategie possibili per riuscire a contrastare la carenza prolungata di risorsa idrica, una risorsa indispensabile per i territori, gli equilibri ambientali, l’economia agroalimentare, la biodiversità”. Il Po, oltre a essere il fiume più lungo dello Stivale, è anche una risorsa idrica di inestimabile valore per tutto il Nord Italia. Il fiume alimenta infatti moltissimi campi agricoli, che dipendono da questo patrimonio naturale per la loro irrigazione. Ancora, è importante anche per la pesca di acqua dolce e per il trasporto su barca locale.

  • Pesticidi: minacciato il 64% dei terreni agricoli mondiali - Due terzi dei terreni agricoli mondiali sono a rischio contaminazione a causa dei pesticidi. 

A lanciare l’allarme uno studio condotto dai ricercatori della University of Sydney, secondo i quali circa il 64% delle superfici coltivabili è minacciata attraverso l’inquinamento dei terreni o delle falde acquifere. Gli studiosi australiani hanno analizzato superfici, suolo, atmosfera e falde acquifere relative alle aree agricole sparse in 168 Paesi. Del 64% minacciato dall’inquinamento da pesticidi un terzo è ritenuto “ad alto rischio”. Diversi i rischi per l’uomo, gli animali e più in generale per l’ambiente. Come ha sottolineato la Dr.ssa Fiona Tang, prima firma della ricerca: “Il nostro studio ha rivelato che il 64% delle superfici agricole mondiali è a rischio inquinamento da pesticidi. Questo è importante perché un’ampia letteratura scientifica ha riscontrato che l’inquinamento da pesticidi può avere effetti nocivi sulla salute umana e sull’ambiente”. La Dr.ssa Tang ha proseguito estendendo il discorso non soltanto alla questione inquinamento, che resta di primaria importanza anche in ottica biodiversità, ma anche alla scarsità d’acqua. Ha spiegato la ricercatrice: “A livello globale il nostro lavoro mostra che il 34% delle aree ad alto rischio si trova in regioni a elevata biodiversità, il 19% sono nazioni a basso-medio livello di reddito e il 5% è soggetto a scarsità d’acqua. Malgrado la protezione della produzione di cibo sia essenziale per lo sviluppo umano, ridurre l’inquinamento da pesticidi è altrettanto cruciale per proteggere la biodiversità che mantiene la salute e le funzioni del suolo, contribuendo inoltre alla sicurezza del cibo”. Sono stati segnalati infine anche i Paesi a maggiore rischio inquinamento in generale. Tra questi Cina, Giappone, Malesia e Filippine. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Geoscience.

  • Foreste tropicali, distrutto il 12% in più nel 2020 - Le foreste tropicali sono sempre più a rischio sopravvivenza: rispetto al 2019, nel corso dell’ultimo anno ben il 12% in più di vegetazione tropicale è andata distrutta.

È quanto rivelano gli ultimi dati resi noti dal World Resources Institute, nel sottolineare un trend in crescita nonostante la pandemia in corso. In totale, nel corso del 2020 sono stati abbattuti 10 milioni di acri di foresta tropicale, pari alla grandezza della Svizzera. Una perdita che ha contribuito all’immissione in atmosfera di mezzo miliardo di anidride carbonica in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di una quantità maggiore rispetto alle emissioni prodotte da tutte le automobili che transitano negli Stati Uniti. In controtendenza invece Indonesia e Malesia, dove si registra una riduzione per il quarto anno successivo, sebbene il problema nel Sudest asiatico sia estremamente vasto. Gran parte delle foreste tropicali, in particolare gli habitat preferiti dagli orango e dagli elefanti, sono state rase al suolo nell’ultimo decennio per far spazio alle coltivazioni di palma da olio. La situazione a livello globale rimane comunque preoccupante, così come ha sottolineato Rod Taylor, a capo delle ricerche forestali dell’istituto: “Stiamo continuando a perdere foreste a un ritmo inaccettabile. Il 12% di aumento a livello annuale è troppo, soprattutto in un periodo in cui è richiesto che il trend scenda”. I ricercatori tuttavia specificano come non si possa parlare di deforestazione unicamente causata dall’uomo, poiché il report tiene conto della perdita totale delle foreste. Quindi, nel calcolo rientrano anche le aree perdute a causa di fenomeni naturali come siccità o incendi spontanei, in cui la causa umana è indiretta. Ovvero, non un disboscamento attivo ma conseguenza dei cambiamenti climatici.