La vertigine della libertà apre la finale della XXI ed. di Proscenio Aggettante

Il 23 settembre nel Teatro comunale di Soragna la compagnia iCanzonieri porterà in scena lo spettacolo “La vertigine della libertà”, adattamento teatrale di Guido Mezzera della leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij.

Lo spettacolo aprirà - come spettacolo fuori concorso - la finale della XXI^ edizione della rassegna nazionale di Teatro Sociale “Proscenio Aggettante” organizzata dalla FITeL.

Una settimana di spettacoli che si svolgeranno nei “Piccoli Teatri” di Soragna, Fontanellato, Ragazzola, Fiorenzuola e che vedrà impegnate le compagnie teatrali provenienti da diverse regioni italiane e che si concluderà il 28 settembre al teatro Magnani di Fidenza. 

Nelle pagine del grande scrittore russo, e sulla scena dello spettacolo da esse ispirato, il tema affrontato è quello della libertà, oggetto di riflessione che ha impegnato uomini di ogni tempo e di ogni luogo, parola che da sempre indica significati molto differenti tra loro, addirittura talvolta anche contrastanti. 

Per la natura stessa che il termine suggerisce, pare non sia possibile indicarne un contenuto univoco, anzi potrebbe apparire proprio una contraddizione volerne attribuire uno specifico. 

Ed infatti, libertà oggi può significare alzare dei muri, chiudere dei porti, impedire che “l’altro” abbia a che fare con noi. 

Al contempo, con la parola libertà è possibile giustificare anche azioni violente, rivendicazioni di propri diritti, talvolta dettati dal proprio tornaconto, che non tengono conto delle esigenze altrui. 

In nome della libertà, lungo i secoli di storia, si sono combattute delle guerre, e poi si sono anche giudicate: guerre giuste e guerre indebite, sempre in nome della libertà

Ma anche nella vita personale, il significato che si attribuisce alla parola libertà assume delle flessioni molto differenti: se si parla di libertà, ognuno ha il diritto di stabilire che cosa sia per sé e come sia lecito farne uso. 

La questione, anche se appare logica, quasi un’evidenza, non sta proprio così.

Dostoevskij, attraverso le parole del Grande Inquisitore, per antitesi, chiarisce che cosa non sia vera libertà: non è libertà quella «che si compra con i pani», nemmeno quella che si impone «in forza di un mistero», tanto meno quella «che il potere concede», in cambio del consenso.

La libertà, dice Dostoevskij, «è il dono con cui nasce quest’essere infelice», cioè ogni uomo, come dichiara il Grande Inquisitore. Dunque è il dono che consente all’uomo, in quel frangente, forse soltanto nell’esercizio di quella facoltà, di essere come Dio.

Perché Dio, misteriosamente, ha scelto di affidare alla sua creatura, la possibilità di scegliere se riconoscere il suo creatore, oppure rifiutarlo.

Nello svolgersi del monologo il Grande Inquisitore accusa Gesù di aver «caricato sulle spalle dell’uomo, questo essere meschino, un peso per lui troppo grande … quasi Tu non lo amassi, proprio Tu che eri venuto per dare la Tua vita per lui». Riproponendo le tre domande, le tre tentazioni di Satana, l’Inquisitore vuole mostrare a Gesù come sarebbe stata più “leggera, spensierata, gioiosa” la vita dell’umanità intera, soltanto se Lui avesse accettato anche uno solo dei doni che il Diavolo gli aveva offerto. Perché il vero dramma della vita - e in questo l’Inquisitore dice il vero - sta proprio nell’esercizio della libertà che ciascun uomo possiede.

Ma la grandezza del genio di Dostoevskij va anche oltre la rappresentazione di questo dramma dell’uomo, chiamato all’esercizio di una facoltà che per definizione è divina: il grande autore russo rilegge l’intera storia dell’umanità, mostrando le conseguenze dell’uso improprio di questo dono.

Per il popolo russo di religione ortodossa, Dostoevskij è assimilato ad un profeta, e per questo motivo viene chiamato Piccolo Padre, avendo egli descritto con grande anticipo diversi fenomeni storici e sociali che avrebbero caratterizzato l’intero secolo scorso, ma anche il nostro tempo.

Nella riduzione teatrale ci sono dei dialoghi in cui appare impressionante l’attualità di quello che viene descritto, di quello che viene profetizzato. 

La centralità del tema della libertà, insieme all’attualità degli argomenti affrontati, caratterizzano e danno grande valore a questo spettacolo, che diventa una provocazione personale in cui ciascuno viene chiamato a ricercare delle risposte, o anche soltanto a porsi delle domande.

Come ricordava un grande sacerdote e grande educatore, che ben conosceva l’animo umano,  il contrario della libertà non è la schiavitù, ma la paura.

Il segno più evidente che l’uomo contemporaneo non fa esperienza di vera libertà, è che la sua vita è caratterizzata innanzitutto dalla paura.

La scelta di una rappresentazione del tutto essenziale, caratterizzata da una scenografia volutamente spoglia e priva di riferimenti storico ambientali, arricchita da brevi interventi musicali di Mahler, Prokofiev , Shostakovich, commentata e sostenuta da immagini pittoriche di arte sacra di fattura contemporanea, trova ragione nello scopo primario di questo spettacolo: parlare di libertà, attraverso il genio e le parole di Dostoevskij, rivolgendosi direttamente, senza nessuna possibile  distrazione, a chi è ancora disposto a ragionare del significato del vivere. 

Tutte le serate sono a ingresso libero e la raccolta di fondi andrà ad associazioni di promozione sociale del territorio.

Un breve estratto dello spettacolo, andato in scena al Teatro Verdi di Fiorenzuola d’Arda (PC) il 18 maggio 2019, è disponibile su YouTube a questo link …  https://youtu.be/7ZsV8FyFIDM